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Stress al lavoro o difficoltà personali?

 

Da quando ha avuto inizio la mia avventura nella valutazione e orientamento dei casi di disagio lavorativo, stress e mobbing – prima presso lo Sportello di assistenza ed ascolto del disagio lavorativo presso lo Spisal di Belluno e di Vicenza- ho potuto riflettere sulle modalità con cui lo stress lavorativo si manifesta e da cosa dipende il disagio vissuto.

Lo stress è sicuramente un elemento oggettivo in qualità di stimolo, ambientale o endogeno, che produce una risposta soggettiva e reattiva, più o meno proporzionale allo stimolo attivante. Ciascuno di noi ha un diverso grado di resistenza agli stimoli esterni, quella che gli psicologi chiamano resilienza allo stress. La resilienza è quindi  data da un insieme di abilità e risorse individuali e soggettive per affrontare le sfide che la vita ci riserva, al lavoro come in ogni ambito della nostra vita. 

Nasce prima lo stress lavorativo o quello personale?

Ci sono persone dotate di maggiori risorse, per natura o per esperienza, che possono far fronte bene alle difficoltà. Altre che sono state provate da esperienze personali, nel passato anche remoto, che non hanno voluto o saputo affrontare, lasciando un vuoto talvolta difficile da colmare. In questi casi basta poco per creare una voragine ancora più destabilizzante. Ma il lavoro cos’è, se non fatica, sforzo? Lo dice l’origine stessa della parola (dal latino “labor”=fatica) e a questa quota di tensione, che è intrinseca al lavoro, possono sommarsi le difficoltà interpersonali, le incompatibilità caratteriali, il disagio della vita personale ed interpersonale che ciascuno di noi con una certa quota si porta anche al lavoro. 

La sfida che affronto in questa mio lavoro, con l’esperienza degli Sportelli, è quello di riuscire a differenziare gli elementi di dolore e disagio che le persone vivono, per poter determinare quale sia nato prima, quale sia causa dell’altro e quali siano gli effetti sulle persone.

Come possiamo intendere veramente il mobbing?

Parlare di mobbing è facile e molto comune, anche se ancora oggi non è una categoria giuridica a tutti gli effetti. Credo che derivi da un’innata tendenza dell’essere umano ad accusare l’altro (una certa corrente di pensiero in psicologia li chiamerebbe “meccanismi di difesa”), proiettando sugli altri le proprie colpe e i propri errori. Ma quanto di questi comportamenti che le persone pensano di subire non sono altro che un effetto prevedibile di un loro atteggiamento? se ad esempio sono una persona che pensa di essere sempre perseguitata, che non dà fiducia agli altri, che vede sempre negli altri comportamenti aggressivi e poco rispettosi, senza prima guardare ai propri….allora è facile essere esclusi, evitati e talvolta anche vessati. 

Con questo non voglio assolutamente schierarmi dalla parte del vessatore, ma provare a prendere il suo punto di vista. Alcuni colleghi possono essere provocatori e vessatori in modo subdolo e sottile. A volte chi cerca giustizia per gli atti di violenza subiti, non ha fatto molto per evitarli o addirittura li ha provocati a sua volta.

Un buon esame di coscienza e un’attenta esplorazione di se stessi nel contesto sociale, può restituire pacificamente e senza l’intervento della giustizia, un pò di serenità ad entrambe le parti coinvolte…

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